CBD e trattamento dell’epilessia: nanoparticelle per il trasporto nel sistema nervoso centrale

Intervista alla Dott.ssa Fabiola Sciscione, Senior Development Scientist presso la start-up Nanomerics, spin-out della University College London.

Il cannabidiolo (CBD) è già stato approvato in molti Paesi, inclusa l’Italia, per il trattamento di alcune forme di epilessia, nello spettro di alcune sindromi specifiche.

In particolare, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense e l’EMA (European Medicines Agency) hanno approvato il CBD per il trattamento di due forme di epilessia pediatrica resistente ai famaci, in due sindromi rare (la sindrome di Dravet e la sindrome di Lennox-Gastaut). Nel 2021, anche l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato l’uso del CBD nel trattamento delle stesse sindromi, come indicato dall’EMA.

Una delle sfide più importanti da affrontare in questo tipo di applicazioni del CBD è l’attraversamento della barriera emato-encefalica.

Per questo, recentemente, è emersa la possibilità di utilizzare le nanotecnologie per migliorare il trasporto del CBD verso il sistema nervoso centrale e trattare, così, in modo più efficace le patologie neurologiche.

Una nuova tecnologia: la Molecular Envelope Technology (MET)

La Dott.ssa Fabiola Sciscione, ricercatrice e Senior Development Scientist presso la start-up Nanomerics, una spin-out della University College London con sede a Londra, si occupa proprio dello sviluppo di farmaci di precisione.

Il suo progetto riguarda, in particolare, la messa a punto di una nuova tecnologia, che si chiama Molecular Envelope Technology (MET), in cui le nanoparticelle vengono utilizzate proprio per trasportare il CBD al sistema nervoso centrale.

Dott.ssa Sciscione, ci spiega meglio di cosa si tratta?

«La Molecular Envelope Technology, o semplicemente MET, è un polimero biocompatibile (sviluppato dalla Prof.ssa Ijeoma Uchegbu e dal Prof. Andreas Shatzlain) che, grazie alle sue proprietà chimico-fisiche, si assembla spontaneamente in soluzione acquosa, formando nanoparticelle.

Queste nanoparticelle sono in grado di intrappolare farmaci insolubili in acqua, proprio come il CBD.

Nanomerics lavora da tempo in partnership con Virpax Pharmaceuticals, un’azienda americana che da anni promuove l’uso di farmaci non oppiodi per il trattamento di malattie del sistema nervoso centrale.»

Quali sono i vantaggi dell’uso delle nanoparticelle per il trasporto di principi attivi, come il CBD?

«Alcuni principi attivi, come appunto il CBD, sono scarsamente solubili in acqua. Per questa ragione, il CBD è presente in commercio sotto forma di sospensione oleosa.

E, sebbene siano stati sviluppati sospensioni oleose di CBD per uso farmaceutico, soltanto il 40% del principio attivo viene metabolizzato a seguito di somministrazione orale.

Come dice la parola stessa, le nanoparticelle hanno dimensioni molto piccole (nell’ordine di 10-9m) e, per questo motivo, sono in grado di riuscire a penetrare i tessuti e facilitare il trasporto dei farmaci all’interno dell’organismo.

Inoltre, intrappolando molecole altamente idrofobiche, come appunto il CBD, si possono proteggere queste molecole da una possibile degradazione nel plasma, aumentandone la biodisponibilità e massimizzando, quindi, la quantità di farmaco che raggiunge il sito su cui il farmaco deve agire.

In questo modo, potenzialmente, si riduce anche il numero di dosi necessarie da somministrare per raggiungere l’effetto desiderato e, di conseguenza, i possibili effetti indesiderati.

Nel particolare caso del CBD, in Nanomerics stiamo esplorando la somministrazione nasale. Infatti, siamo in grado di produrre una polvere con particelle che hanno dimensioni del micrometro, che può essere utilizzata sotto forma di spray nasale. Una volta che le microparticelle si trovano a contatto con il muco, si disintegrano in particelle più piccole, che possono penetrare la mucosa nasale, favorendo il rilascio di CBD nel cervello

Qual è il potenziale del CBD nel trattamento delle patologie come l’epilessia, ma anche di altro tipo?

«Il CBD si lega a un’ampia serie di bersagli biologici del sistema endocannabinoide del nostro corpo.

Il sistema endocannabinoide regola, ad esempio, la sensazione del dolore, l’appetito, la memoria, il sonno, le funzioni immunitarie e l’umore.

Grazie alla mancanza di effetti psicotropi, che invece sono associati al THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e che possono portare alla dipendenza, il CBD è sicuro ed ha grandi potenzialità farmaceutiche.

In particolare, vari studi hanno dimostrato come il CBD presenti proprietà analgesiche, anticonvulsivanti, ansiolitiche, antipsicotiche, può essere utilizzato come rilassante muscolare ed ha, inoltre, proprietà neuroprotettive, anti infiammatorie e antiossidanti.

I benefici terapeutici del CBD sono stati già dimostrati nel trattamento dell’epilessia refrattaria dovuta alla sintome di Lennox-Gastaut e Dravet, che sono tra le forme di epilessia più difficili da trattare.

L’uso del CBD non è, però, solo legato all’epilessia, ma è stato anche testato in pazienti sottoposti a chemioterapia ed affetti da malattie infiammatorie, neurodegenerative ed autoimmuni.

In Gran Bretagna, è già stato approvato anche uno spray a base di CBD per il trattamento della sclerosi multipla

La ricerca sul CBD in UK rispetto all’Italia

In alcuni Paesi, lavorare sulle applicazioni mediche del CBD non sempre può essere semplice, proprio a causa dell’associazione che si fa con la cannabis e le sue componenti psicotrope.

Ci sono, secondo la sua esperienza, delle differenze nel lavorare col CBD in UK rispetto all’Italia?

«Non ho esperienza diretta nel lavorare con il CBD in Italia, ma qui in Gran Bretagna il CBD è considerato legale se ha una percentuale di THC inferiore allo 0.2% e può essere usato solo a scopo farmaceutico e non ricreativo.

Questo non ne limita l’uso nella ricerca e, infatti, non ho mai incontrato particolari difficoltà nel lavorare con il CBD.» 

Lei è uno dei tanti cervelli in fuga dall’Italia. Quali opportunità in più ci sono all’Estero per le ricercatrici e per i ricercatori?

«Per la mia esperienza personale, la principale differenza che ho notato è che all’estero c’è più meritocrazia.

Partendo dal dottorato, per esempio, in Italia c’è un sistema che prevede un concorso nazionale, con veramente pochi posti per le borsiste e i borsisti. Quando partecipai ne erano disponibili solo 10 per l’intero dipartimento di Chimica, presso La Sapienza, più 5 posti non retribuiti, concetto che all’estero è difficilmente concepibile.

A causa di questo sistema, molte persone non riescono ad iniziare un percorso di dottorato ed una futura carriera accademica.

All’estero, per esempio, vengono garantite delle borse di studio a chi accede al dottorato tramite colloquio, con stipendi più adeguati di quelli italiani e che coprono anche le spese per partecipare ad eventi che sono molto importanti per iniziare a fare networking in ambito scientifico.

L’altra differenza è che il mercato del lavoro all’estero è molto più flessibile che in Italia. Attira molto di più un curriculum che annovera esperienze lavorative in diversi campi scientifici. Nel mio caso, per esempio, sono stata coinvolta, nel corso degli anni, in progetti riguardanti diversi campi scientifici e questo è stato più un limite che un vantaggio, durante i colloqui fatti in Italia.»

Le donne nella ricerca

Infine, una domanda sulle donne nella ricerca.

È un ambito nel quale, per la sua esperienza, esiste un gender gap? Quali sono le sfide ancora aperte, in questo senso?

«Assolutamente sì, il gender gap esiste. Sicuramente, ci sono stati dei progressi e c’è più attenzione a riguardo, rispetto a 20 anni fa.

Nonostante ciò, nel 2023, solo il 20-30% delle donne lavorano nell’ambito delle cosiddette discipline STEM (che sta per scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Il gender gap è la manifestazione tangibile di un sistema patriarcale che, ancora oggi, pervade il mondo scientifico e si nota in diversi aspetti: gli stipendi sono, di solito, inferiori rispetto a quelli dei colleghi maschi, nonostante i ruoli che vengono ricoperti siano gli stessi.

Ma anche il numero di pubblicazioni scientifiche, brevetti e citazioni, è differente.

È stato, infatti, provato che le pubblicazioni scientifiche che hanno come primo nome un uomo, hanno più probabilità di essere pubblicate.

Questo ha, ovviamente, delle ripercussioni sull’avanzamento della carriera nel campo della ricerca.

Inoltre, le donne sono in media più coinvolte degli uomini nella cura dei figli e molte di noi, quando diventano madri, si trovano a lasciare il mondo della ricerca perché non hanno il supporto necessario da parte delle istituzioni.»

Quello che possiamo fare nel quotidiano, e mi rivolgo soprattutto a chi detiene questo privilegio, è di prendere coscienza e denunciare tali disuguaglianze e discriminazioni, non solo per quanto riguarda le donne, ma anche per le persone della comunità LGBTQIA+ e per le persone di diversa etnia, per le quali queste barriere sono ancora più difficili da valicare.

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